Final Fantasy GdR: Il Garden di Trabia

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Stanza di Mikael Reinhart, Numero 10.
view post Posted on 30/10/2009, 05:04Quote
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L'Ultimo Cavaliere

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Status: Offline: ultima azione eseguita il 8/1/2010, 04:59


La camera è piccola, ma abbastanza accogliente.
Entrando si ha l'armadio direttamente sulla sinistra, con un grosso numero di valigie accanto. Davanti a sé un letto addossato nell'angolo destro, ed una scrivania in quello sinistro. Una finestra illuminava la stanza nel suo lato sinistro.
Fra i bagagli vuoti si riesce ad identificare ancora la custodia del flauto traverso, con appoggiati sopra una piccola selezione di spartiti classici. A quanto pare non ha ancora deciso dove metterli.
La scrivania, di legno e dotata di sedia, ospitava un buon numero di libri, alcune fotografie, blocchi di appunti e penne varie. Un foglio sopra avvisava chiunque avesse sbirciato negli appunti della sua prossima morte per niente indolore.
Il letto ha le lenzuola blu cielo e una trapunta marrone scuro sopra. Accanto ad esso, sulla parete di destra, vi sono affissi dei disegni infantili fatti specialmente con i pastelli. Un poster di un flautista che suona durante un buffo passo di danza, infine, adorna la parete poco dietro il cuscino.
GDR Off: Sfrutterò il primo post per la sola descrizione della stanza, aggiornandolo di tanto in tanto.


Edited by Mikael Reinhart - 30/10/2009, 13:28

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"Nel mondo oggi più di ieri domina l'ingiustizia,
ma di eroici cavalieri non abbiamo più notizia;
proprio per questo, Sancho, c'è bisogno soprattutto
d'uno slancio generoso, fosse anche un sogno matto."



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Status: Offline: ultima azione eseguita il 8/1/2010, 15:53


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I know what you're thinking. "Did he fire six shots or only five?" Well, to tell you the truth, in all this excitement I kind of lost track myself. But being as this is a .44 Magnum, the most powerful handgun in the world, and would blow your head clean off, you've got to ask yourself one question: Do I feel lucky? Well, do ya, punk? (Dirty Harry, 1971)
-
How can somebody in my business go around with a contraption like this? (For a Few Dollars More, 1965)

 
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L'Ultimo Cavaliere

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E finalmente, dopo tante disavventure, la mia stanza.
Posai a terra i bagagli, mentre la porta si chiudeva autonomamente dietro di me. Quel solo avvenimento mi immerse in una strana..serenità.
La stanza era piccola, grigia, anonima, anche un po' fredda. Non che deludesse chissà quali illusioni. D'altronde, era una camera che aspettava qualcosa, cioè me.
Buffo. Tutta una mattinata a girare per il Garden, ed ecco che solo mettendo piede in quello che sarebbe stato il mio rifugio per un bel po'..calava su di me un leggero velo di malinconia, che dipinse nel mio viso un sorriso lieve, da vecchio che guarda alla propria giovinezza, bellissima ma perduta.
Volli piangere. Resistetti. Che diavolo, non ho pianto alla morte della nonna e oso piangere ora ? Dannato sonno arretrato che abbassa le mie difese emotive.
Volli dormire..ma non ancora..c'era da sistemare le cose..non è solo seccatura, è come firmare il contratto con cui quella stanza sarebbe stata mia e soltanto mia..ci avrei messo pochi minuti.
Poggiai la prima valigia nel letto, pardon, materasso. Dentro vi erano i vari vestiti che ero riuscito ad acquistare con il magro stipendio da scaricatore dopo aver abbandonato l'esercito..e la mia famiglia. Dei vecchi abiti erano rimasti solo due: una giacca elegante che un tempo apparteneva a mio padre, e una maglietta a cui tenevo molto e che proprio
per questo non indossavo mai.
Aprii l'armadio. Dentro c'erano le lenzuola, il cuscino e una trapunta marrone scuro. Dall'odore di polvere e naftalina, avevano l'aria di avermi atteso per molto. Li abbandonai sulla scrivania alla sinistra del letto, ed iniziai a sistemare i vestiti. Quindi, designai un piccolo spazio fra l'armadio ed un angolo della stanza come parcheggio per i bagagli, sperando di non doverli usare più per un botto di tempo. Ero un po' stanco di fuggire.
Da quanto tempo li possedevo ? Quello più recente era quello che avevo appena aperto, molto resistente, conteneva una grossa collezione di libri che sistemai negli scaffali sopra la scrivania. Gli argomenti che trattavano erano vari, Paramagia, Scienza, ma sopratutto Storia e tantissima narrativa. Segretamente nascosta in una delle tasche della valigia c'era la custodia dei miei occhiali da lettura, di cui un po' mi vergognavo. La lasciai sopra ad una copia di un romanzo fantascientifico.
(Che strano..sento come la voce di un saxofono iniziare a suonare nei meandri della mia mente..con quella sua voce che è la malinconia impressa nel suono)
C'era altra roba nella valigia, ma preferii lasciarla lì. Temporaneamente.
Cosa mi mancava..uff..presi il borsone, lo aprii, vi trovai l'accappatoio(verde scuro, fregato senza ritegno all'Esercito Estheriano), robaccia per la doccia comprati in un discount, una vasta scelta di mutande e calzini. Li sistemai pigramente nei due cassetti della parte inferiore dell'armadio e...un attimo.
Infilato fra due mutande c'era una busta da lettere. Non me n'ero accorto. In realtà la busta(di plastica) che conteneva calze e mutande m'era stata consegnata dalla nonna paterna(l'acquisto di biancheria intima mi insospettiva), però stranamente non immaginavo che l'avrebbero usato per comunicarmi qualcosa..
...non ce la feci ad aprirla subito. Già da Reno avevo avuto dei brutti momenti con quella diavolo di chitarra acustica e il ricordo di chi la suonava. Preferii abbandonarla sulla scrivania..anzi, nel cassetto della scrivania. L'avrei letta dopo, con calma.
Dov'ero rimasto ? Il borsone nascondeva certo altre cose che non erano entrate nelle valigie(perloppiù magliette), ma avevo bisogno d'altro prima..da una tasca dello zaino trassi fuori il lettore Cd. Dentro c'era il disco con cui m'ero addormentato, dal titolo Cowboy B... e le restanti lettere oscurate da uno squarcio dovuto ad una brutta caduta. Il lato "registrato" fortunatamente si sentiva ancora. Mi misi il lettore in tasca e cercai con i tasti di ricerca la musica che m'interessava..era musica molto strana, mista, c'era jazz degli anni d'oro, blues, country, pezzi acustici ed in parte lirici, addirittura un paio di canzoni heavy metal. I tizi che l'avevano inciso s'erano voluti realmente divertire.
Tornai indietro fino alla prima traccia, lasciai lavorare il lettore, partì un pezzo degli anni migliori del jazz estremamente travolgente. Un'orchestra che decollava, ogni strumento pensava contemporaneamente a se e agli altri, ed alternava generosamente fasi d'accompagnamento e di solo, come in una festa. Il ritmo partiva rapido con un coro di trombe, poi rallentava, lasciando solo il contrabbasso, quindi proseguiva travolgendomi. Era perfetto.
Finii di sistemare le mie cose(lasciando per ultime quelle piu' "pericolose"), quindi presi lenzuola e coperta e risistemai il letto..il pezzo finì ma fortunatamente la funzione shuffle scelse un altro brano jazz..c'era roba pericolosa in quel disco..un sax tenore cantava in maniera rapida ed energica, mentre un pianoforte gli rispondeva e batteria e basso svolgevano il loro obbligatorio compito di rendere unica l'atmosfera..il letto era apposto, con tanto di pigiama sotto il cuscino.
L'idea di abbandonarmici per qualche ora, stranamente, non trovava neanche spazio nella mia mente.
Passai al materiale ad alto potenziale emotivo. Anzi no. Prima, presi con una particolare cura i quaderni conservati nello zaino dentro a ben tre buste di plastica(una dentro l'altra), e li sistemai nel cassetto, assieme ad un paio di buste di penne nere(ne perdevo almeno una al giorno, meglio premunirsi), matite, gomme e quant'altro.
Dei quaderni, tre erano già pieni, ed il quarto che stavo iniziando prese dimora sopra la scrivania, giusto per ricordarmelo.
Ed ora..si, mi toccava. Gradualmente, però, suvvia. Fra borsone e zaino custodivo tutto ciò che si potrebbe definire "raccoglitore di ricordi", cioè poster, disegni, specialmente foto. E avevo paura dei ricordi che m'avrebbero suggerito, e delle emozioni che m'avrebbero trasportato.
Sopra al letto, per la precisione nel muro dietro al cuscino, posizionai un poster raffigurante un uomo dai vestiti bizzarri, antichi ed un po' fastosi, da buffone o da bardo, con la gamba destra alzata fino ad incontrare con il piede la sinistra in una posa gioiosa, ed un flauto traverso portato alla bocca.
Vicino alla scrivania, invece, appesi una piccola cartina del mondo, vecchioccia, dei tempi delle elementari forse.
Mentre sulla parete in cui era addossato il lato lungo del letto..posti in modo da poterli vedere semplicemente girandomi alla mia sinistra, appesi un gran numero di disegni, tenuti elegantemente l'uno con l'altro da un unico spago fatto passare per un buchino nel loro retro.
Erano tanti, e sopratutto molto diversi, posti nel giusto ordine denotavano la crescita della mano della piccola artista, prima delle sagome buffe ed imprecise di uomini dietro ad un bancone, poi quadretti familiari colorati a pastelli con una tenerezza incredibile..a quel punto smisi di guardarli per bene.
Li sistemai partendo dai piedi del letto..rimaneva uno spazio desolatamente vuoto proprio accanto a dove avrei poggiato la testa..vabbè, dopo, forse, li avrei messi in un ordine migliore.
Mi sgranchii le braccia, poi la schiena ed il collo. Purtroppo le articolazioni non s'erano ancora decise a stare un po' bene..
Dai, sbrighiamo l'ultimo lavoro e concludiamo la faccenda.
Religiosamente custodite assieme ai libri, c'erano tre foto dentro tre cornici. Cercai vanamente di non guardarle. Non ci riuscii. Qualcosa di me voleva farlo.
Erano tutte e tre a colori. La prima raffigurava, con per sfondo uno squarcio della Esthar che pochi conoscono, quella bassa, un po' sporca ma molto più viva del grande centro ipertecnologico, un ragazzino quindicenne con i capelli castani tagliati cortissimi ed un vecchio vagabondo dall'aria straordinariamente imponente. Venni catturato dallo sguardo del vecchio Ezra, due occhi azzurri che parevano penetrarmi attraversando i tre anni, i settecento chilometri, ed il vetro spesso che ci divideva. Mi chiesi se da qualche parte poteva ancora vedermi, e se approvasse ciò che stavo per fare. Non fu un pensiero particolarmente confortante.
La seconda era rettangolare e molto lunga, dodici persone erano riunite in posa davanti ad un ristorante dall'imponente scritta "Beatiful Reverie" nel frontone sopra di essi. Ai due lati c'erano i tre camerieri e i due aiutocuochi, che si saranno dopo neanche un anno licenziati. Al centro, invece, loro. Ed io.
Un uomo alto, quasi del tutto calvo, imponente ed un po' grosso, con una lunga barba nera. Al suo fianco, una donna, i lunghi capelli biondi che terminavano in dei meravigliosi boccoli incorniciavano un viso triangolare dalla pelle bianchissima e dagli occhi profondi. Un'espressione gentilissima. Per una mano teneva una bambina vestita in maglietta e pantaloncini di jeans, i capelli scuri tenuti lunghi, un viso gioioso, vitale ed energico. Era uno dei pochi periodi in cui non riusciva ad alzarsi dal letto per la mancanza di forze. Davanti ai suoi genitori, un ragazzo dal viso serio, piuttosto alto e ben piazzato, con i capelli castano scuri tenuti corti. E poi c'ero io.
L'ultima foto. Molto, molto recente, appena due anni, e lo si può capire subito. Foto di gruppo dei cadetti dell'esercito esthariano. Un enorme numero di facce, alcune anonime, altre così note che avrei voluto tornare indietro ad Esthar solo per prenderli a calci. Per la seconda volta.
Infine, una giovane donna con i capelli castani tenuti in una coda, gli occhi scuri serissimi, l'espressione severa e marziale. Il naso era integro, appuntito. L'avrebbe perso una settimana dopo.
Incredibilmente resistetti all'impulso di buttarmi a terra e sputare qualche lacrima neanche fosse veleno. Il bello è che non erano, come dire, photos of ghosts. Erano tutti in vita(a parte Ezra). E tutti lasciati alle mie spalle.
Forse avrei dovuto bruciarle via e pensare solo al futuro radioso che avevo innanzi..un futuro in cui mi sarei identificato con il mio ideale. Ma che razza di uomo è uno che brucia il suo passato ? Beh, di certo non della mia.
Rimasi qualche minuto a chiedermi quale avrei dovuto lasciare sulla scrivania e quali no. Le scelsi entrambe e riuscii a trovare spazio per ambedue. Quindi, avendo finito, mi accomodai nella sedia e rimasi un attimo a fissare la camera, adesso che era così calorosamente addobbata.
Il lettore cd mise per l'occasione uno dei rari pezzi cantati. Un pianoforte accompagnava una voce femminile giovanile che sapeva riproporre la malinconia in un modo estremamente vitale ed incoraggiante.


"Sometimes I think oh yes
I'd move to where all the shooting stars are gone
With all of our wishes..."



Mi ricordai solo allora della lettera. Era una busta parecchio grossa, quasi della dimensione di un foto A4.
La aprii. Non riuscii a trarre fuori ciò che c'era dentro, era come incastrato..scuotendola un poco ne uscii fuori una lettera.
Inviata da Yvonne Reinhart.
(Mamma ?)

Caro Mikael..
Scusami se sarò estremamente breve nonostante tutto il tempo che hai passato senza avere nostre notizie dirette, ma il lavoro è straordinariamente arduo senza di te, e per pagare degli aiutanti ho dovuto cercarmi un impiego.
Tranquillo, come leggerai non è nulla di grave, anzi. Il ristorante va meglio, tuo padre è riuscito ad inaugurare una nuova sala, che è poi una di quelle vecchie che abbiamo dovuto vendere. La gente, adesso che la pace è agli sgoccioli, si è fatta più propensa a divertirsi, e gli affari vanno quindi benissimo. Forse riusciremo a servire qualcos'altro che i soliti hamburger. Tuo fratello ha finalmente deciso a mettersi a studiare, e fra un caffè ed un altro si sta preparando agli esami di Architettura. Va così bene che quasi ci stupisce.
Tua sorella sta bene. Non migliora. Ma i medici per ora escludono alcun peggioramento. Prego ogni giorno Hyne che ci conceda un piccolo miracolo, ma sai quanto me che è schifosamente sordo.
In quanto a me..ti ho accennato all'impiego, no ? Mi sono decisa a metter da parte l'orgoglio personale e ho inviato una lettera ad un vecchio amico. Ho firmato un contratto con il "Messaggero di Esthar". Chissà se mi ricordo ancora come si fa a scrivere un articolo di giornale ?
Mikael..non credo potrò accettare mai la tua decisione. Non ho intenzione di addolcirti la pillola, ci hai ferito in una maniera spaventosa, e so già che quando inizierà questa dannata guerra non passerà giorno in cui non avrò una paura terribile di ricevere una telefonata da qualche funzionario del Garden piuttosto dispiaciuto..e dire che me ne bastava una di figlia in serio rischio di vita.
Ma la ammiro. Si, devo essere onesta. Hai fatto ciò che credevi giusto, e finché farai questo, non avrai nulla da rimpiangere. Prima o poi anche tuo padre lo capirà.
Approposito di lui, ha promesso di distruggere ogni tua lettera nell'attimo in cui la riceverà, e sai che lo farà. Ti lascio l'indirizzo del giornale, se hai voglia di parlare con la tua vecchia madre invia lì i tuoi messaggi, ti risponderò il prima possibile.
Beh..buona fortuna, e se ci riesci, divertiti.


Tremavo. Commozione, nostalgia, un desiderio fortissimo e dolcissimo di ritornare bambino e cullarmi nell'abbraccio di mia madre..un attimo, c'è scritto dell'altro ?

PS: Il disegno allegato l'ha fatto Cecile. Ha detto che mi picchierà se non lo recapito, quindi per il mio stesso bene scrivile che l'hai avuto.

...presi la busta, strappai l'incarto con rapidita e precisione, sollevai il cartoncino.
C'era disegnato con i colori a pastello un giovane alto, ben messo di spalle, con i capelli lunghi fino alle spalle disordinati, una fronte alta con uno sguardo aperto ed un sorriso incoraggiante in viso. Indossava la divisa del Garden di Trabia.
Sotto c'era scritto:

Il mio fratellone Mikael


" Everything is clearer now
Life is just a dream you know
That's never ending
I'm ascending..



Posai delicatamente il disegno nella scrivania, reggendomi il viso con le mani. In realtà ridevo, arso da una tenerezza che mi faceva tremare neanche avessi la febbre, ma ridevo.
(Dai, una me la posso concedere ?)

«Anche più di una. Hyne mio..anche più di una.»

Non c'era bisogno di autorizzarmi. Stavo già piangendo da un pezzo. Lacrime che scendevano silenziose su una bocca ridente ed incredibilmente felice d'esser viva.
Rimasi così per qualche minuto, finche' non mi sentii in grado di muovermi senza tremori. Raggiunsi il bagno, mi sciacquai per bene la faccia, quindi chiusi per bene le finestre, aprendo la luce.
Con estrema cura praticai un piccolo foro nel disegno, e lo appesi nello spazio rimasto accanto al mio letto.
Per ricordarmi chi ero, e sopratutto, chi avevo accanto. E per ricordarmi che né loro m'avevano lasciato alle spalle, né io l'avevo fatto. Né l'avrei mai fatto.
Dannazione..altre lacrime..ed un tepore tenero che m'avrebbe cullato fino al son

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"Nel mondo oggi più di ieri domina l'ingiustizia,
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proprio per questo, Sancho, c'è bisogno soprattutto
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..
«.....AAAAAARGH !!»
Mi risvegliai di colpo, alzandomi a sedere con tale foga che per poco non feci crollare tutti i disegni attaccati alle pareti. Ansimando, cercai di ricordarmi che ero vivo, sveglio, e sopratutto molto lontano da dei diavolo di uomini-brioche superalbicoccosi che cercavano di divorarmi !!
E io ero anche intrappolato da una gabbia per distributori automatici ! Che incubo terribile..
Ricadendo sul letto, per qualche motivo, lo mancai.
Cioè, m'ero ributtato con eccessiva forza ed ero slittato direttamente sul pavimento. Mi rialzai depresso massaggiandomi la capa offesa dalla botta ed i capelli disordinati. Il mio sguardo incontrò quello di pastello del disegno di Cecile. Improvvisamente mi sentii in preda ad un forte imbarazzo..

«'giorno, signor fratellone di mia sorella. Scusami se non sono come te al momento..»

Riaprendo le finestre, m'accorsi che era appena pomeriggio. Avevo dormito per poche ore. Ma mi sentivo molto meglio rispetto al secondo risveglio di stamane.
Raggiunsi il bagno, mi spogliai, entrai nelladocci..
FREDDDDAAAAA
CALDDDDAAAAA
Giusta. Ed iniziai a lavarmi accuratamente per cacciarmi il lezzo di ortaggi che solo per concessione divina non aveva ancora fatto vittime. Poi pensai a depurarmi anche la bocca con ripetute spazzolate e dosi eccessive di colluttorio.
Uscendo, con l'accappatoio, mi chiesi cosa diavolo avrei dovuto indossare dentro l'accademia. Nei miei progetti c'erano un giro all'armeria, forse una lezione per vedere cosa riuscivo a combinare con le mie paramagie, infine la dannata mensa. Ma dovevo indossare comunque la divisa da studente ?

«...speriamo non ci sia la fucilazione immediata..»

Mi risolsi ad indossarla accuratamente. L'unica licenza che mi permisi fu di aprire il colletto, lasciando intravedere la maglia nera che avevo sotto. Stringeva parecchio. Anche lì, sperai vivamente di non essere fucilato a vista. Lasciandomi la stanza alle spalle, sapevo che l'avrei scoperto fin troppo presto.

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Toc. Toc. Toc.
Chiusi il quaderno dove avevo appena finito di scrivere nel cassetto della scrivania e m'alzai, cercando una dannatissima maglietta.
Ero tornato da un paio d'ore da una mattinata passata in palestra, ma anche dopo la doccia, la sensazione di stordimento non se ne andava, così decisi di rimanere in camera per mettermi a riflettere su alcune cose. Preso da uno stimolo, avevo aperto il quaderno e...
Toc. Toc. Toc. TOC TOC TOC TOC TOC !
...errrro stato così catturato dalla scrittura che non m'ero preoccupato di indossare una maglietta...maledizione, tutte a lavare..eppure ce ne deve essere almeno un..
TOC TOC TOC TOC. THUMP THUMP THUMP THUMP !
«E ALLORA MALEDIZIONE CHI DIAVOLO E' CHE CERCA DI SFONDARMI LA CAZZO DI POR...»
Rimasi impietrito. Davanti a me c'era un uomo enorme, capelli biondi, camicia nera aperta sul petto muscoloso, ruvido, zeppo di vecchie cicatrici. Occhi rossi molto piccoli ma anche molto penetranti, che mi guardavano dall'alto al basso.
«Dì, ma ti sembra il momento di masturbarsi ?»
Abbassai lo sguardo. Oltre alla maglietta m'er dimenticato i pantaloni, ed ero letteralmente in mutande. L'imbarazzo si sommo' allo stupore, paralizzando i muscoli del mio corpo, lingua compresa. L'Uomo intato m'aveva spintonato con una delle borse che portava con se', entrando nella camera ed abbandonando i bagagli in mezzo alla stanza. Quindi aprì le braccia per sottolineare tutto il suo disappunto.
«MA DAI ! E' MICROSCOPICA ! COME DIAVOLO SI FA A VIVERE QUI DENTRO, HYNE TROMBETTIERE ?»
Io ero ancora di sasso quando lui iniziò a fare il giro turistico della mia camera, prima il bagno («HYNE ! Che casino ! Tentavi di affogarti sotto la doccia ? Eppoi cribbio, aprile le finestre dopo che..»), l'armadio(«Almeno a carnevale ti vesti da uomo ? Hyne benedetto...»), il letto(«Bof, è lungo un cazzo, ma almeno sembra comodo..meglio di un calcio in culo..») e quindi la scrivania.
Lì fece una faccia incuriosita(o meglio lo supponevo, visto come s'era fermato e il "Mmh ?" uscito dalla sua bocca), quindi aveva sollevato la cornice con la foto di famiglia.
Da lì riuscivo a vedere chi guardava, e con quale dolcezza la guardava. Sorridendo quasi.
Guardava mia madre.
Curioso, i miei muscoli avevano ripreso a funzionare.
«Tu...Posa subito quella foto e spiegami cosa diavolo ci fai in camera mia !»
L'omone per tutta risposta trasformò il sorriso in un ghigno di scherno e presunzione. Mi guardava con quei occhietti rossi del cazzo, mostrandomi la foto in modo che si vedesse solo mia madre.
«E cosa farai per obbligarmi ? Eh ? Cosa mi farai se continuo a tenere questa fotografia in mano, eh ? E se ti dico che mi scopo tua madre ogni sera, cosa mi farai ? Vai a piangere da quella troia ? Allora ? RISPONDI, COSA MI FARAI ?»
Un attimo di furia omicida. Finito.
«Questo.»
Un solo, maestoso movimento della mano destra.
Un braccio di vento afferra la cornice dalla mano dell'uomo colto di sorpresa, e la fa scivolare nella presa ferrea della sinistra di Mikael.
Un braccio di vento afferra Basilarda che riposava in un angolo illuminata dal sole invernale, facendola volare fino alla presa ferrea della destra di Mikael.
Ora è armato, ma sopratutto avvolto da una strana, nuova maestà, che lo fa sembrare più alto ed imponente del suo stupefatto avversario. Un passo in avanti, e la punta di Basilarda è puntata direttamente alla gola dell'uomo.
«Adesso. Dimmi cosa ci fai qua dentro. O sparisci dalla mia vista. Ora.»
L'uomo fece una reazione che, a dir la verità, quasi temevo che facesse: sorrise apertamente, poi si mise a ridere di cuore. Non una risata di scherno, qualcosa di più onesto. Anche perché se fosse stata di scherno ero pronto a fargli pentire d'essere nato.
Attesi senza mostrare né stupore né rabbia che finisse. Solo allora si mise le mani sui fianchi continuando a sorridere apertamente.
«Bene bene, come aveva detto Yvonne, non mi sono fatto tutta 'sta strada per badare ad un poppante..benebenebenebene.»
Sentir pronunziare così il nome di mia madre mi lasciò spiazzato. E lui se ne approfittò per..avvicinarsi a me ignorando del tutto la mia spada. Non seppi cosa fare, ma se l'aveva mandato mia madre, certo avrebbe avuto qualcosina da ridire se l'avessi fatto a fette. Nel frattempo che abbassavo la guardia, lui tornò alle sue valigie, iniziando a tirar fuori della roba e...sistemarla nei miei cassetti ?
«Allora..mettiamola così, per vari motivi che non t'interessano, me ne sono venuto qui ad insegnare per un po' di tempo nei corsi individuali del Garden..bella camicia..» e intanto prendeva magliette e camice dall'armadio buttandole un po' ovunque e sostituendole con le sue, con una tale naturalezza da rendermi ancora una volta di sasso.
«Io e tua madre siamo vecchi amici, così mi ha chiesto di..mh, insegnarti qualcosa»
«Non ho bisogno di una balia..e Mamma è meglio che lo capisca.» sbottai, parecchio seccato.
Lui si fermò. Prese la giacca che aveva in mano(una mia giacca) e la lanciò in un angolo, voltandosi di scatto verso di me e parlando con voce ferma e chiara.
«Se tua madre non ti ritenesse in grado di badare a te stesso, a quest'ora eri già nel bagagliaio della mia macchina con un bel bernoccolo in testa..AH ! Credi d'essere l'unico a saper manovrare il Vento qui dentro ?»
Rimasi silenzio, gli occhi sbarrati. In effetti non c'era nessuna corrente d'aria naturale a far muovere da più di mezzora i lembi della camicia e dei larghi pantaloni orientali. Per un attimo mi chiesi seriamente quanto m'avrebbe ridotto male se l'avessi attaccato..
«Sono qui per insegnare. Ed insegnerò qualcosa anche a te. Che ti piaccia o meno, hai molte cose da imparare, specialmente se vuoi partecipare ad una guerra vera.»
Riposi la spada. Era vero. Inutile ammettere il contrario, ero ancora un novincello lì dentro, del tutto privo di esperienze dirette sul campo. E se oltre a sopravvivere, volevo anche fare qualcosa di grande..allora avrei dovuto imparare da chiunque.
«...Va bene..adesso so perché sei qua, manca il "Chi sei" e ci aggiungo il "..NO, ASPETTA, QUELLA ERA PULIT..»
Ennesima camicia gettata in un angolo. Quello quasi invisibile dove abbandonavo la polvere quando non mi andava di raccoglierla nella paletta. Almeno aveva finito, e chiudendo l'armadio alle sue spalle, si gettò sul letto con tanto di scarponi sporchi di neve e fango direttamente sulla coperta.
«..il mio nome è Operchye Dicroc. Probabilmente non ti ricorderai di me, non per le solite stronzate che eri troppo piccolo quando ti tenevo in braccio, ma perché è un nome falso. Non avevano camere da darmi nelle altre ale, sai, alla fine sono un membro esterno, quindi mi hanno gettato in questa..cella qui.»
Rimasi così abbattuto da crollare su una cosa morbida che stava per terra, caduta forse da una delle borse di Operchye. Sembrava un materassino gonfiabile.
«...e questo ?»
«Ah, quello è tuo.»

Edited by Mikael Reinhart - 1/12/2009, 00:09

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